Azioni: perché le compriamo?

Perché compriamo singole azioni?

Amazon, Microsoft, Apple, Tesla… sono solo alcune delle azioni di cui parlano tutti.

Oggi un investitore può esporsi al mercato azionario in molti modi: ETF, fondi, private equity, certificati o acquistando direttamente titoli di singole aziende. La maggior parte delle persone non si chiede quale sia lo strumento più idoneo o se lo fa non è in grado di darsi una risposta razionale. Eppure, è sempre più frequente trovare singole azioni all’interno di dossier titoli in mezzo ad altri strumenti, in maniera più o meno organizzata. Da questa osservazione empirica è partita la mia riflessione. Mi sono chiesto quindi se ci sia una ragione razionale, basata sui dati, che supporti questo fenomeno.

Il problema non è la volatilità, ma il risultato

Investire sul mercato azionario, da sempre, significa comprare volatilità e il premio per il rischio nel lungo termine si traduce in un extra-rendimento rispetto al governativo. Anche investire in singole azioni significa accettare la volatilità, con variazioni anche del 50% e oltre. Ma non è solo la forte dispersione dei rendimenti del singolo titolo dalla loro media che dovrò accettare. Dovrò anche accettare il fatto che in moltissimi casi il titolo non rivedrà mai più quei massimi raggiunti. In buona sostanza acquistando singole azioni accetterò chiaramente la volatilità ma anche il rischio di perdere i miei soldi. La vera domanda è quindi:

vale la pena correre questo rischio?

Uno studio di Morgan Stanley Investment Management (Mauboussin e Callahan, 2025), condotto su oltre 6.500 azioni statunitensi dal 1985 al 2024, ci aiuta a rispondere. La tabella successiva ci darà una sintesi dei risultati ottenuti dall’analisi

 

I risultati sono chiari:

  • i forti ribassi sono la norma, non l’eccezione
  • la maggior parte delle azioni ha subito cali superiori al 50%
  • il 75% ha registrato ribassi superiori al 70%
  • i recuperi, quando avvengono, richiedono spesso molti anni

E soprattutto:

più il calo è profondo, minore è la probabilità di recuperare.

La verità scomoda: la ricchezza non è distribuita in modo equo

Ricerche precedenti, tra cui quelle di Hendrik Bessembinder, mostrano un dato ancora più sorprendente. In particolare, Hendrik Bessembinder nel 2018 con “Do stocks ouperform tresaury bills?” e successivamente nel 2020, ha evidenziato l’asimmetria estrema nella creazione di ricchezza azionaria: su ≈ 28.000 aziende USA quotate dal 1926 al 2020, solo il 2% ha generato il 90% della ricchezza netta complessiva (rendimento in eccesso ad un rendimento free risk come il titolo di stato a breve termine). Il resto ha portato zero rendimento in eccesso. E addirittura circa il 50% dei titoli ha generato distruzione di valore.

Solo una piccolissima percentuale di aziende genera la maggior parte della ricchezza creata nel mercato azionario.

In altre parole:

  • pochissime aziende creano rendimenti straordinari
  • la maggioranza produce risultati medi o negativi

La ricerca mette inoltre in evidenza che anche i grandi vincitori attraversano fasi estremamente difficili. Lo testimoniano titoli quali Amazon, che tra il 1999 ed il 2001, perse circa il 95% del suo valore.

Il vero problema: possiamo individuare i vincitori in anticipo?

Se la ricchezza è concentrata in poche aziende, il punto è riuscire a scegliere in anticipo le aziende giuste. Ma è qui che nasce il problema.

Per la maggior parte degli investitori, distinguere tra:

  • un’opportunità reale
  • e una “trappola”

è un esercizio estremamente difficile per non dire impossibile. Il rischio non è solo perdere valore nel breve periodo, ma restare bloccati per anni in investimenti che non recuperano mai.

E allora perché continuiamo a provarci?

La risposta non è finanziaria, ma umana. Da sempre siamo attratti dall’idea di:

  • battere il mercato
  • dimostrare di essere più bravi degli altri
  • individuare il “prossimo grande vincitore”

È un mix di ambizione, fiducia e, spesso, illusione di controllo. Testimone ne è l’industria del gioco d’azzardo e delle lotterie che genera ogni anno cifre astronomiche, con un giro d’affari complessivo che tocca i centinaia di miliardi di dollari.

Un approccio più razionale

Se però accettiamo questi dati, la conclusione è piuttosto chiara. Se accettiamo di non riuscire ad indovinare quali saranno le poche aziende vincenti, allora sarà molto più sicuro possederle tutte. Ed è esattamente ciò che fanno strumenti quali ETF e fondi ben diversificati:

  • riducono il rischio specifico del singolo titolo fino ad azzerarlo
  • eliminano la necessità di fare previsioni difficili
  • permettono di partecipare automaticamente alla crescita dei grandi vincitori

La vera scelta dell’investitore

Alla fine, la decisione non dovrebbe essere:

  • azioni sì o azioni no

Ma tra:

  • scommettere su poche aziende
  • oppure costruire un portafoglio diversificato e robusto nel tempo

resta inteso che chi desidera comunque fare stock picking può farlo, ma con consapevolezza:

👉 destinando solo una piccola parte del patrimonio
👉 accettando un rischio elevato e la possibilità di perdere

Il mercato azionario premia il lungo termine, ma non premia tutti allo stesso modo. Se solo una minima parte delle aziende genera la maggior parte dei rendimenti, allora il vero rischio non è la volatilità. Il vero rischio è scegliere le aziende sbagliate. Per questo motivo, per la maggior parte degli investitori, la strategia più efficace non è cercare i vincitori.

È assicurarsi di averli già in portafoglio.

2 replies on “Azioni: perché le compriamo?”

  • Gino Amadei
    12 Maggio 2026 at 8:29 pm

    Complimenti per il sito web ed i costanti contenuti di aggiornamento finanziario. Ritengo molto utili e responsabili le considerazioni fatte riguardo gli acquisti di singole azioni, sopratutto da parte di piccoli investitori come il sottoscritto.
    Gino Amadei

    • 13 Maggio 2026 at 11:03 am

      Grazie Gino sono contento che l’impegno profuso per cercare di diffondere educazione finanziaria trovi consenso

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